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Parlare con i defunti grazie all’AI? Cosa sono i deadbot e come funzionano

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Il desiderio di parlare con chi non c’è più prende forma nei deadbot, sistemi AI che simulano i defunti ma che nascondono alcuni rischi su privacy e sicurezza

Cosa sono i deadbot e come chattare con i defunti Shutterstock

In Breve (TL;DR)

  • I deadbot sono sistemi di intelligenza artificiale che permettono di chattare con i defunti ricreando il loro stile comunicativo a partire dai dati digitali.
  • Il loro utilizzo risponde a un bisogno emotivo legato al lutto, ma presenta limiti evidenti perché si tratta di simulazioni che non possono evolvere né creare nuove esperienze.
  • Tra i principali rischi ci sono impatti psicologici, problemi di privacy e sicurezza dei dati, oltre alla mancanza di regole chiare sull’uso delle informazioni post mortem.

I deadbot sono sistemi di intelligenza artificiale che permettono di chattare con i defunti, ricreando conversazioni a partire dai dati digitali lasciati dalle persone quando erano in vita, come video, e-mail, sms o note vocali. Conosciuti anche come griefbot, questi strumenti sono accessibili a chiunque abbia una connessione internet e una conoscenza di base dell’AI.

Possono ricreare non solo lo stile di scrittura, ma in alcuni casi la voce o addirittura alcuni riescono ad animare l’immagine della persona, per esempio partendo da una fotografia. La tecnologia si sta espandendo velocemente e rende possibile questo tipo di interazione tanto desiderata, ma allo stesso tempo solleva dubbi concreti legati a privacy e sicurezza.

Come funzionano i Deadbot

Credits Shutterstock

Il funzionamento di un deadbot si basa sull'analisi dell'impronta digitale di una persona scomparsa. Messaggi, chat, post sui social, registrazioni audio e qualsiasi altro dato lasciato online diventano la materia prima che l'intelligenza artificiale usa per ricostruire lo stile comunicativo, il linguaggio e la personalità del defunto. Il risultato è un sistema capace di rispondere a domande e portare avanti conversazioni in modo coerente con il modo in cui quella persona si esprimeva in vita. È importante chiarire la differenza tra simulazione e persona reale.

Un deadbot non è e non sarà mai la persona scomparsa: è un modello statistico costruito sui suoi dati. Non ha ricordi, non ha emozioni, non ha intenzioni.

Il chatbot si limita a replicare pattern linguistici e comportamentali, ma non ha accesso a nulla che non fosse già presente nei dati di partenza. Quello che rende possibile chattare con i morti è la combinazione di tre fattori: la disponibilità massiva di dati digitali personali, la potenza dei modelli linguistici di nuova generazione e la diffusione di servizi commerciali che offrono queste funzionalità a prezzi accessibili. Ricercatori dell'Università di Cambridge hanno documentato come praticamente chiunque possa oggi rianimare digitalmente una persona cara usando strumenti disponibili online, senza competenze tecniche specifiche.

Perché sempre più utenti vogliono chattare con i morti

Credits Shutterstock

Il bisogno che spinge le persone verso i deadbot è principalmente emotivo. La perdita di una persona cara è una delle esperienze più difficili da attraversare, e la possibilità di continuare a sentire la sua voce, anche se virtuale, risponde a un desiderio profondo e comprensibile. Per molti utenti questi strumenti funzionano come una forma di memoria attiva: non solo un archivio di foto e messaggi da consultare passivamente, ma qualcosa con cui interagire, a cui fare domande, da cui ricevere risposte.

I servizi dedicati stanno crescendo rapidamente. Diverse piattaforme commerciali offrono già la possibilità di creare avatar digitali di persone scomparse, con livelli di personalizzazione sempre più sofisticati. Alcune si rivolgono direttamente a chi ha perso un familiare, altre permettono alle persone di creare la propria simulazione digitale in vita, come una sorta di testamento conversazionale da lasciare ai propri cari.

Rischi dei deadbot tra privacy e sicurezza dei dati

Credits Shutterstock

Il team di ricerca del Centro Leverhulme dell'Università di Cambridge ha analizzato una serie di rischi legati alla diffusione dei deadbot, pubblicati sulla rivista scientifica Philosophy & Technology. Il primo riguarda la sfera psicologica: l'interazione prolungata con una simulazione di un defunto può ostacolare l'elaborazione del lutto creando una dipendenza emotiva da qualcosa che non può offrire una vera relazione.

Il rischio è amplificato dalla vulnerabilità di chi si trova in una fase di dolore. Le persone che hanno perso qualcuno di importante possono sviluppare legami emotivi molto forti con queste simulazioni, diventando esposte a possibili forme di manipolazione. Infatti, un deadbot potrebbe essere legato o promosso da brand e usato per veicolare messaggi pubblicitari o mantenere attiva la presenza di una persona sui social media anche dopo la morte.

Sul fronte della privacy e della sicurezza, le domande aperte sono numerose. Chi possiede i dati usati per creare un deadbot? Chi ha il diritto di autorizzarne la creazione? Il defunto non può più esprimere il proprio consenso e non sempre lo ha dato in vita. I familiari potrebbero creare simulazioni senza consenso, ovvero senza che la persona avesse mai voluto essere ricreata digitalmente, oppure qualcuno potrebbe ricevere un deadbot come regalo senza essere preparato o disposto a questa esperienza.

La gestione e la conservazione dei dati personali del defunto da parte delle aziende che offrono questi servizi è un ulteriore punto critico.

Non esistono ancora regolamentazioni specifiche che disciplinino l'industria dell'aldilà digitale, come viene definita dagli studi accademici, né standard chiari su come questi dati debbano essere trattati, protetti o eventualmente cancellati.

I ricercatori di Cambridge raccomandano di sviluppare protocolli di opt-out chiari, sia per chi vuole evitare di essere ricreato digitalmente sia per chi non desidera ricevere un deadbot da qualcun altro. Propongono anche l'introduzione di rituali di dismissione dignitosa per i deadbot, una sorta di funerale digitale che permetta di chiudere l'interazione in modo rispettoso. L'obiettivo è garantire che questi strumenti rispettino i diritti di tutti i soggetti coinvolti: il defunto, chi lo ricrea e chi interagisce con la simulazione.

I deadbot mostrano come l'intelligenza artificiale stia entrando anche nelle sfere più personali e delicate dell'esperienza umana. La tecnologia è già disponibile e accessibile: ciò che manca è un quadro normativo e culturale in grado di bilanciare le possibilità offerte dall'innovazione con il rispetto della dignità delle persone e la tutela di chi è più vulnerabile.

Per saperne di più: Intelligenza Artificiale: cos'è e cosa può fare per noi

Cosa sono i chatbot AI e come vengono utilizzati?

I chatbot AI sono programmi di intelligenza artificiale utilizzati per fornire supporto lavorativo, emotivo e relazionale alle persone.

Domande frequenti (FAQ)

  • Come funzionano i Deadbot?
    I deadbot sono chatbot basati su AI che simulano conversazioni con persone scomparse utilizzando dati come messaggi, email, audio e contenuti social per replicarne lo stile comunicativo.
  • È davvero possibile chattare con i morti?
    È possibile simulare una conversazione grazie all’intelligenza artificiale, ma non si tratta della persona reale: il sistema replica solo informazioni e modelli presenti nei dati disponibili.
  • Perché le persone usano i deadbot?
    Molti utenti li utilizzano per affrontare il lutto, mantenere un legame simbolico con una persona cara o conservare una forma interattiva della memoria.
  • Quali sono i rischi dei deadbot?
    I principali rischi riguardano la dipendenza emotiva, la difficoltà nell’elaborazione del lutto e possibili forme di manipolazione legate all’uso commerciale o improprio delle simulazioni.
  • Quali problemi di privacy e sicurezza sono legati ai deadbot?
    Non è sempre chiaro chi possa autorizzare l’uso dei dati del defunto e come vengano gestiti dalle piattaforme, con possibili criticità nella protezione e conservazione delle informazioni personali.
A cura di Cultur-e
Addestramento IA non consentito: É assolutamente vietato l’utilizzo del contenuto di questa pubblicazione, in qualsiasi forma o modalità, per addestrare sistemi e piattaforme di intelligenza artificiale generativa. I contenuti sono coperti da copyright.
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