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Startup, i flop peggiori del 2017

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Startup, i flop peggiori del 2017 FASTWEB S.p.A.
L'estrattore di Juicero
Web & Digital
Dovevano cambiare il mondo con i loro prodotti e servizi "rivoluzionari" e invece sono state costrette a cedere il passo, bruciando così diversi miliardi di dollari

L'obiettivo di tutti, in partenza, è quello di diventare un Unicorno, ovvero una società con una valutazione di almeno un miliardo di dollari. Altri, strada facendo, sperano quanto meno di stabilizzare la propria posizione e diventare più solidi, assicurandosi così un futuro certo. A volte, però, non è sufficiente neanche esser riusciti ad affermarsi come uno dei produttori più interessanti nella propria particolare nicchia (e di aver ricevuto decine, se non centinaia, di milioni di fondi) per esser certi di "sopravvivere".

Il 2017 dimostra come sia complesso gestire una startup. Come accennato, tutti partono con le migliori intenzioni ma si ritrovano ben presto a fare i conti con la realtà. Negli ultimi 12 mesi, ad esempio, alcune delle realtà più interessanti del mondo dell'hi-tech hanno dovuto chiudere i battenti, sotto i colpi di un mercato sempre più concorrenziale e complesso da scalare. Anche chi aveva ricevuto milioni di dollari in diversi round di finanziamenti ha dovuto riconoscere la sconfitta e chiudere i battenti.

Ed è ovvio che, tra le centinaia di startup fallite nel 2017, alcune abbiano fatto più "rumore" di altre. Vuoi per la loro valutazione, vuoi per la quota di mercato che erano riuscite a conquistare, le varie Jawbone, Yik Yak e Juicero hanno gettato delle ombre sul modello economico e gestionale delle startup della Silicon Valley. Insomma, pur mancando ancora qualche settimana alla fine dell'anno, il 2017 ha tutte le carte in regola per passare alla storia come l'annus horribilis per il mondo delle startup.

Beepi

 

Beepi

 

Nonostante i circa 150 milioni di fondi raccolti in 5 round da 35 investitori e una valutazione che ha sfiorato i 600 milioni di dollari, Beepi si è vista costretta a chiudere i battenti nel febbraio 2017. E dire che l'idea di business è davvero molto interessante: Beepi era una piattaforma per la vendita di auto usate online che offriva ai propri clienti servizi aggiuntivi molto vantaggiosi. Oltre a svolgere il ruolo di intermediario tra venditore e acquirente, infatti, questa startup si occupava anche di tutte le formalità burocratiche e, soprattutto, della consegna a domicilio dell'automobile, anche a migliaia di chilometri di distanza. Un servizio molto apprezzato dagli utenti, ma che non è bastato a garantirne la sopravvivenza: la gestione del personale, arrivato a toccare le 300 unità a metà 2016, ha pesato non poco sui bilanci, decretandone così il fallimento.

HomeHero

Nella sua breve quanto intensa "vita", HomeHero era riuscita a ritagliarsi una fetta di mercato consistente in un settore ad alta redditività come quello dell'assistenza a domicilio. Se a questo aggiungete accordi con diversi ospedali e centri di cura un po' in tutti gli Stati Uniti potreste anche pensare di aver ottenuto il quadro perfetto per un'azienda remunerativa e un futuro Unicorno. E invece HomeHero va ad accrescere le fila delle startup fallite nel 2017 (chiude a febbraio), nonostante finanziamenti per circa 30 milioni di dollari ottenuti da 7 investitori.

Auctionata

Nella strada verso il successo, Auctionata ha dovuto fare i conti con costi di gestione non esattamente sostenibili e con connessioni sin troppo lente per i suoi live streaming. Così, nonostante i circa 5 anni di operatività e i 95 milioni di dollari di finanziamenti, la startup che sognava di trasmettere in diretta online tutte le aste di opere d'arte del mondo si è vista costretta a fondersi con un'altra startup (Paddle8) prima di dover dichiarare fallimento.

Quixey

Forse speravano che la città scelta come sede – Mountain View – potesse portare loro un po' di fortuna in più. D'altronde, il settore d'affari era più o meno paragonabile a quello di un'altra società che ha sede nel centro della Silicon Valley (Google, per intendersi). Le affinità tra Quixey e Big G, però, finiscono qui: nata per essere il motore di ricerca delle applicazioni (bastava inserire una descrizione delle funzionalità che si cercavano nell'applicazione per trovare quanto desiderato), è riuscita a ottenere fondi per 165 milioni di dollari e una valutazione superiore ai 600 milioni. Nonostante ciò, le cose non sono andate come sperato: la crescente concorrenza e la rapida diffusione degli assistenti personali vocali (come Siri, Assistente Google, Alexa e Cortana) ne hanno minato base utenti e funzionalità, costringendo Quixey a chiudere nel maggio 2017.

Yik Yak

Da molti era considerata come una delle migliori app di messaggistica istantanea anonime in circolazione. Questo non è bastato, però, per permettere a Yik Yak di sopravvivere: affossata dalla crescente concorrenza e dall'impossibilità di arginare il fenomeno del cyberbullismo, la piattaforma di messaggistica (che pure aveva ottenuto circa 75 milioni di dollari di finanziamenti) si è vista costretta a interrompere le operazioni nel maggio 2017.

Sprig

 

 

Lanciata nel 2013, Sprig si proponeva di cambiare le abitudini alimentari dei dipendenti statunitensi (prima, ed eventualmente di tutto il mondo se avesse avuto successo) consegnando pranzi e cene salutari direttamente in ufficio (o a casa, ovviamente). Un'idea che aveva attirato le attenzioni di 26 investitori, che avevano messo sul piatto della bilancia circa 60 milioni di dollari. Cifra non sufficiente, però, per un modello di business che puntava alla stabilizzazione di cuochi (Sprig, oltre che a consegnare, si occupava anche di cucinare pranzi e cene salutari) e dei fattorini.

Jawbone

 

Jawbone Up, uno dei maggiori successi della società statunitense

 

Pur non avendone più l'età (la sua fondazione risale alla fine degli Anni '90 dello scorso secolo), da molti era ancora considerata come una delle startup più promettenti della Silicon Valley. Sarà per questo che, nel corso degli anni, Jawbone è stata in grado di ottenere finanziamenti per 600 milioni di dollari e prestiti per altri 400 milioni. Nonostante il miliardo di dollari di liquidità, però, la società statunitense non è stata in grado di reggere il confronto con i concorrenti in un settore, come quello dei wearable, tra i più competitivi esistenti nel mercato hi-tech. Nonostante l'azienda abbia chiuso i battenti nel luglio 2017, il fondatore e alcuni dei suoi collaboratori si sono "reinventati dando vita a Jawbone Health Hub (di cosa si occuperà questa nuova startup, però, si sa ancora ben poco).

Hello

 

 

Il suo sensore per monitorare il sonno era considerato da molti come uno dei migliori in circolazione, almeno sulla carta. Bello a vedersi, Sense by Hello doveva essere poggiato nelle vicinanze del letto e lasciato "operare": nonostante non venisse indossato, riusciva a tenere traccia dei cicli circadiani e delle ore trascorse a dormire, fornendo dati, informazioni e suggerimenti su come migliorare il proprio sonno. Il tracker, però, non ha mai avuto il successo sperato e, nonostante i 2,4 milioni di dollari raccolti su Kickstarter (ai quali bisogna aggiungere i 40 milioni di finanziamento ottenuti nel 2014), Hello ha chiuso nel luglio 2017.

Pearl

 

Pearl RearVision

 

Un solo round di finanziamento, capace di fruttare la cifra di 50 milioni di dollari e una valutazione a nove cifre. Nonostante l'inizio scoppiettante, però, Pearl ha chiuso dopo poco più di un anno di attività: la sua telecamera posteriore per automobile, che doveva permettere anche ai modelli più vecchi di avere uno specchietto retrovisore "smart", non è riuscita a ottenere il successo sperato (e il prezzo, 500 dollari, di certo non ha aiutato).

Juicero

 

 

Probabilmente l'emblema delle startup fallite nel 2017. Nata a fine 2015 con l'obiettivo di rivoluzionare il mercato delle spremute e degli estratti di frutta, Juicero aveva ottenuto circa 120 milioni di dollari di finanziamento da venture capitalist come Google Ventures, Kleiner Perkins e addirittura Campbell Soup Company. Ben presto, però, si è scoperto che la sua macchina "spremitrice" da 400 dollari non serviva poi a molto (per ottenere il succo era sufficiente applicare un po' di pressione manuale sulle "capsule" di frutta) ed è stata costretta a ritirarla, con molte perdite, dal mercato. Il tracollo economico e la pessima pubblicità ottenuta la portano a chiudere i battenti nel settembre 2017.

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TAGS: #startup #flop #yik yak #jawbone

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