Pubblicità con ologrammi Nike HoloCube

Ologrammi, futuro della pubblicità?

Sempre più agenzie di comunicazione si specializzano nella pubblicità olografica. Ecco alcuni esempi, positivi e negativi
Ologrammi, futuro della pubblicità? FASTWEB S.p.A.

I marketeer e gli esperti di comunicazione di mezzo mondo sono in fermento: si sta per aprire una nuova frontiera nel mondo della pubblicità e nessuno vuole farsi trovare impreparato. Sempre più agenzie di comunicazione – grazie alla collaborazione di start up attive nel settore – si stanno attrezzando per offrire ai loro clienti (o potenziali tali) pubblicità con ologrammi.

Ologrammi e pubblicità, l'idea "originaria"

 

 

Quando Marty McFly sbarca nel 2015 a bordo della sua DeLorean si trova immediatamente a "confronto" con una delle tecnologie futuristiche pensate dagli sceneggiatori di "Ritorno al futuro 2": un cartellone pubblicitario olografico che mostra alcune immagini in anteprima de "Lo squalo 19". Una previsione piuttosto azzeccata, visto che tra il 2015 e il 2016 la pubblicità con ologrammi sembra essere il prossimo major trend nel settore della comunicazione.

 

 

Un primo esempio di pubblicità olografica è datato 2008. Dreamoc, progettato e realizzato dalla startup statunitense RealFiction, è una postazione capace di riprodurre ologrammi e attrarre così l'attenzione degli utenti e dei clienti all'interno dei punti vendita. Dreamoc funziona grazie a una serie di specchi disposti a forma di piramide all'interno della quale è poi proiettato l'ologramma tridimensionale della pubblicità. In questo modo gli spot prendono vita e riescono ad attrarre maggiormente l'attenzione degli utenti.

La pubblicità olografica secondo Nike

 

 

Nike, tra i leader mondiali nel settore dell'abbigliamento sportivo, è stata una delle prime aziende al mondo a sperimentare la pubblicità olografica stradale. Sfruttando le tecnologie di HoloCube, nel 2013 la società statunitense ha invaso le strade di Amsterdam di cartelloni pubblicitari con ologrammi per pubblicizzare l'ultimo modello di scarpe appena realizzato. La campagna pubblicitaria, rimasta un unicum nel suo genere sinora, ha ricevuto diversi apprezzamenti.

L'approdo nei punti vendita

La strada, però, non sembra essere l'unico luogo in cui gli esperti di comunicazione vogliono testare la pubblicità con ologrammi. Anzi: per come è concepita, questa forma di advertising sembra essere fatta apposta per essere installata all'interno dei punti vendita. E alcune catene di ipermercati statunitensi hanno lanciato una sperimentazione per la promozione tra gli scaffali di prodotti selezionati. Sfruttando un proiettore olografico tridimensionale poggiato sul bordo dello scaffale, le immagini realizzate dall'agenzia pubblicitaria Mondelez hanno iniziato a prendere vita di fronte gli occhi dei clienti.

Bonus/malus della pubblicità con ologrammi

I proiettori olografici possono trovare spazio – e utilizzo – anche all'interno di ristoranti e fast food. Con il progetto Le petit chef, i due creativi Filip Sterckx e Antoon Verbeek hanno voluto mostrare come gli ologrammi possono trasformare l'attesa delle pietanze una volta che si è seduti a tavola. Un piccolo chef compare dal nulla sul tavolo e inizia a cucinare il piatto – in questo caso una bistecca alla griglia – appena scelto dal menu. Un giorno, dunque, potremmo vedere come gli chef in cucina preparano ciò che si è ordinato, dopo aver scelto in un menu fatto di ologrammi

 

 

Non sempre, però, la pubblicità con ologrammi è una buona idea. Può accadere che alcuni pubblicitari si lascino prendere la mano e travalichino il confine del buon senso. Alcuni si chiedono cosa potrebbe accadere se, ad esempio, un'agenzia di comunicazione decidesse di "resuscitare" stelle del mondo della musica e dello spettacolo per fare pubblicità a prodotti di qualunque genere.

 

 

Un esperimento già messo in pratica, anche se per scopi totalmente slegati al mondo della pubblicità. In questo caso, infatti, il pubblico (sia quello presente in sala, sia quello a casa) ha apprezzato la performace dell'ologramma di Michael Jackson. Lo stesso, probabilmente, non si potrebbe dire in caso di sfruttamento pubblicitario di una superstar morta di recente.

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