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Come proteggere la nostra privacy quando utilizziamo lo smartphone

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Come proteggere la nostra privacy quando utilizziamo lo smartphone FASTWEB S.p.A.
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I dispositivi mobile sono utilissimi. Così come lo sono tante app disponibili online. Ma, se non utilizzate coscientemente, possono mettere in grave pericolo la nostra privacy. Ecco come proteggersi

 

Sanno molte cose su di noi. Probabilmente più di quante vorremmo fargli conoscere. Gli smartphone stanno acquisendo sempre maggiore importanza nella nostra vita, sia lavorativa che personale. C’è un app praticamente per tutto, recitava una pubblicità qualche anno fa, uno slogan che oggi acquisisce ancor più veridicità. La sinergia e l’interdipendenza tra smartphone e applicazioni ci ha resi in parte schiavi dei dispositivi mobili. Li utilizziamo per lavoro; ma anche per connetterci ai nostri profili sui social network. Che sia Facebook, Twitter o Foursquare, non importa. Sfiorando appena il display del nostro cellulare lanciamo le applicazioni e iniziamo a interagire con i nostri contatti: scattiamo foto e le postiamo, condividiamo la nostra posizione e i nostri movimenti sfruttando la geolocalizzazione, affidiamo alla Rete il nostro ultimo pensiero sui grandi eventi di cronaca o sugli episodi della nostra vita quotidiana. Ma in questo modo condividiamo con il nostro “amico” smartphone molti dati personali e riservati: data di nascita, nome utente e password di svariati account, la nostra posizione e via dicendo. Mettendo in serio pericolo la nostra privacy.

A rimarcare l’importanza e la stretta attualità del tema è arrivato anche il Garante per la protezione dei dati personali, che ha svolto un’indagine conoscitiva sulle politiche adottate dai maggiori gestori di app store. Il Garante ha chiesto a Google, Microsoft, Nokia e Apple quali pratiche mettono in atto per proteggere i dati degli utenti che scaricano app dai loro store virtuali. Cosa ha scoperto? Che ognuno dei gestori applica un diversa regolamentazione basata su due approcci: privacy by process e privacy by platform. Nel primo, la privacy viene assicurata da uno stringente processo selettivo in fase di realizzazione e selezione delle app da mettere in vendita sullo store; nel secondo la protezione dei dati è affidata direttamente alla piattaforma-sistema operativo destinata a ospitare il software. Ma il rischio reale, sottolinea il Garante, è l’onnipervasività degli smartphone e l’utilizzo che si fa di quest’ultimi in combinazione con le app.

Ormai, gran parte della nostra vita viene gestita tramite applicazioni installate sui nostri telefoni cellulari: rubriche telefoniche, calendario degli appuntamenti, portfolio dei clienti, fotografie e video personali, liste della spesa, programmi per il personal banking online. E ben presto molti altri aspetti potrebbero essere controllati con un semplice tap sul touchscreen del telefono.

I nostri smartphone, e le applicazioni che utilizziamo, fagocitano una quantità incredibile di dati, compresi dati sensibili e personali. E il più delle volte non ce ne rendiamo nemmeno conto. Molto spesso i dati vengono conservati sul dispositivo e restano archiviati in locale; ma altrettanto spesso facciamo affidamento su app cloud. Così le nostre informazioni personali e riservate finiscono inevitabilmente sul web. I rischi a cui si va incontro includono l’assottigliamento della linea di demarcazione tra identità digitale e identità reale, con i due ambiti che finiscono per sconfinare l’uno nel territorio dell’altro. Ma si corre anche il rischio di non riuscire più a controllare il flusso tanto da portare a un aumento di azioni di stalking digitale e furto di account attraverso il social engineering.

Ma allora è tutto perso? Non possiamo fare nulla per proteggere la nostra privacy? La risposta non è così netta. È vero che le app possono agire in background, collezionando i nostri dati e inviandoli alle software house, ma è altrettanto vero che possiamo utilizzare smartphone e applicazioni in modo da minimizzare il rischio di intromissione nella nostra vita privata. Secondo una ricerca dell’Istituto Pew, il 30% degli statunitensi ha deciso di non installare un’applicazione sul proprio smartphone una volta venuto a conoscenza del tipo di dati trattati, mentre ben il 50% ha deciso di cancellare un’app per lo stesso motivo. E lo stesso comportamento dovrebbe essere messo in atto da ogni utente ragionevole che ha a cuore la propria vita privata. Possiamo poi decidere di spegnere il modulo GPS del nostro cellulare, rendendoci così irrintracciabili. Possiamo utilizzare l’apparecchio con maggior “parsimonia” e maggiore accortezza, evitando di prestarlo o di perderlo.

I consigli, tutti di buon senso, potrebbero continuare a lungo. Ma tutti condividerebbero tra di loro una caratteristica: utilizzare la testa, prima di utilizzare lo smartphone.

 

23 febbraio 2013

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