Se ne sente parlare spesso come del fenomeno più dirompente nell'universo delle analitiche di business ma molte aziende ancora non sanno se cavalcare o meno l'onda lunga dei Big Data. Alessandro Piva, Responsabile della Ricerca Osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence Politecnico di Milano, suggerisce che il modo migliore per valutare e abbracciare questo insieme di metodi e tecnologie è il cosiddetto Big Data Journey. Un viaggio, un percorso che si snoda lungo quattro elementi: visione strategica, modalità di gestione dei dati, competenze e governance dei dati e, ultimo ma non da ultimo, tecnologia.

Le competenze sono l'area sulla quale le aziende italiane sono più in ritardo, anche se nel management difetta la visione strategica e di lungo periodo. Manca, in summa, una consapevolezza delle opportunità derivanti dall'utilizzo dei Big Data e mancano competenze e skill specifici.

In Italia, l'85% dei dati analizzati è di tipo strutturato mentre solo il 15% è rappresentato da record destrutturati provenienti dal mondo social, dai dati audio/video o dall'Internet delle cose. Questo limita molto il ventaglio di soluzioni potenzialmente implementabili a supporto delle decisioni strategiche e tattiche. Una situazione destinata a cambiare radicalmente nel corso dei prossimi tre anni, con la progressiva riduzione dei dati transazionali provenienti dal mondo dei gestionali e, a far da contraltare, l'esplosione dei dati destrutturati, che dovrebbero triplicare da qui al 2020 secondo le stime del Politecnico di Milano. Questa tendenza impone alle aziende di rivedere le proprie infrastrutture IT, con l'obiettivo di assicurare quella flessibilità nell'uso delle risorse di calcolo e storage che il mondo delle analitiche fondate sui big data impone. La risposta più economica ed efficace arriva dalla nuvola?

21 febbraio 2016