Oltre il 60% delle grandi organizzazioni mondiali ha sperimentato una violazione dei dati come conseguenza di disattenzioni e comportamenti "leggeri" attuati dai dipendenti. Il costo medio associato a questi data breach è di 23.000 euro, considerando nel computo complessivo i danni reputazionali, i costi di ripristino, i "cedimenti" a livello di compliance e altro. La stima l'ha fatta Ponemon Institute intervistando un campione di 588 CIO e CISO di aziende appartenenti alla lista delle "Global 2000" di Forbes.

Secondo l'analista, una quota sorprendentemente elevata del campione (67%) afferma di aver subito una violazione di sicurezza legata all'uso incauto di dispositivi mobili per accedere ai dati aziendali. In media, il 3% dei dispositivi senza fili utilizzati all'interno di un'organizzazione risulta infetto da malware, ma più di un terzo degli intervistati (il 35%) non prende alcuna misura di protezione come la semplice crittografia dei dati o l'implementazione di software anti malware.

La protezione "selettiva"

Il report ha anche rivelato la preoccupante disparità tra quella che è la percezione dell'IT rispetto al livello di utilizzo delle tecnologie mobile in azienda e quella che, invece, è la realtà.
Per esempio, in media gli IT manager pensano che solo il 19% del personale sia in grado di accedere ai record dei clienti tramite un dispositivo senza fili mentre la realtà è che circa il 43% dei lavoratori può farlo. Infine, venendo alle policy di protezione "selettiva" dei dati, solo il 41% degli intervistati ammette che all'interno della propria organizzazione sono in vigore policy che specificano esattamente quale tipologia di dati aziendali i dipendenti possono consultare attraverso smartphone e tablet.

Solo il 30% del campione, infine, sostiene che in azienda sono attive policy che elencano quale tipologia di dati aziendali può essere memorizzata sui device mobili.

23 febbraio 2016