In ballo c'è un giro d'affari che nel 2025 oscillerà da 3,9 a 11,1 trilioni di dollari. Ma per sapere a quale dei due estremi punterà l'ago della bilancia bisogna capire in che modo le organizzazioni intendono lavorare sull'interoperabilità di sistemi e standard. Parliamo di Internet delle Cose e, nello specifico, di uno studio McKinsey che analizza l'espansione del settore a livello globale. "The Internet of Things: Mapping the value beyond the hype" ha analizzato oltre 150 case study nelle industry più coinvolte dalle trasformazioni innescate dagli oggetti connessi, evidenziando le opportunità per il mercato e soprattutto i gap che potenzialmente inibiscono l'esplosione di un fenomeno che nel giro di otto anni potrebbe generare l'11% del PIL mondiale.

La prima parola d'ordine, già citata, è interoperabilità. Riuscire a far dialogare i sistemi è un aspetto cruciale per superare gli ostacoli posti sui piani tecnico, organizzativo e delle regolamentazioni, liberando valore per tutta la filiera. Secondo il report, una piattaforma aperta e interoperabile è richiesta mediamente dal 40% delle applicazioni IoT, mentre in alcuni casi si arriva al 60%. Sotto questo profilo è del resto emblematico il fatto che la maggior parte dei dati oggi a disposizione delle imprese non sia utilizzato. Una cisterna petrolifera, per esempio, dispone di circa 30 mila sensori, e tuttavia solo l'1% dei dati prodotti viene processato e analizzato. Ma ciò che è peggio, quella minima porzione di informazioni raccolta non viene utilizzata per attivare funzioni di ottimizzazione dell'impianto e di manutenzione predittiva delle macchine.

Lo studio sottolinea anche il fatto che saranno le applicazioni Business-to-Business a catturare la maggior parte del valore prodotto dalle applicazioni Internet of Things. Circa il 70% del mercato dovrebbe essere infatti messo in moto dal versante delle imprese. Ma non bisogna trascurare, puntualizza McKinsey, il ruolo che le soluzioni dedicate al mondo consumer – seppur minoritarie sul mero conto economico, possono ricoprire rispetto alla diffusione della cultura e della consapevolezza delle potenzialità dei nuovi strumenti. Tra l'altro saranno proprio gli utenti (sia consumatori, sia aziende) a ottenere i maggiori benefici da questa rivoluzione: nella migliore delle ipotesi, circa il 90% del valore creato con le applicazioni IoT deriverà proprio da questi utilizzi. Basti pensare che nel 2025 solo la telemedicina (ovvero il monitoraggio da remoto dei pazienti) svilupperà un fatturato di circa 1,1 trilioni di dollari.

Questa ondata si farà sentire soprattutto nei Paesi caratterizzati da economie emergenti, dove il rapporto tra valore e utilizzo delle singole tecnologie sarà sensibilmente più alto che altrove. Tanto da arrivare a generare il 40% dell'intero giro d'affari globale dell'Internet of Things, con punte del 50% in alcuni specifici settori. Ma ci sarà anche un altro divario che andrà assottigliandosi, quello tra i grandi leader tecnologici, gli operatori che di fatto hanno dominato il mercato finora, e i nuovi player, a partire dalle startup ultraspecializzate. L'emergere di inediti modelli di business, di partnership costruite su progetti specifici e di mercati ad alto valore, tutti da esplorare facendo leva sulle competenze ed eccellenze locali sta portando i due ruoli a essere sempre più interconnessi.

Cogliere il massimo potenziale delle applicazioni Internet of Things significa dunque per McKinsey puntare sull'innovazione sia sul piano tecnologico che su quello della cultura di business, investendo non solo sulle soluzioni digitali, ma soprattutto sui talenti e sulle nuove competenze. Senza dimenticare, vista la crescente complessità del sistema, di prendere tutte le contromisure necessarie a garantire sicurezza dei dati e protezione degli asset intangibili che si verranno a formare.
 

17 febbraio 2017