Lo scorso 28 gennaio il Parlamento italiano ha approvato il disegno di legge sul "lavoro agile". Si tratta di un traguardo significativo, un passo avanti nel processo di promozione dello smart working. Il testo approvato introduce un aspetto significativo: il riferimento alla possibilità di applicare questa nuova modalità di gestione dei rapporti di lavoro anche ai dipendenti delle Amministrazioni Pubbliche. Questo, del resto, è coerente con quanto già presente nella riforma "Madia" della PA, approvata lo scorso agosto, in cui all'art. 14 che, nel quadro della "Promozione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro nelle amministrazioni pubbliche", chiede di adottare misure organizzative per "l'attuazione del telelavoro e per la sperimentazione ? Di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa che permettano, entro tre anni, ad almeno il 10% dei dipendenti, ove lo richiedano, di avvalersi di tali modalità, garantendo che i dipendenti che se ne avvalgono non subiscano penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera".

A dispetto della scarsissima diffusione attuale nel settore pubblico, dunque, lo smart working nella PA da oggi non solo è possibile ma diventa un obiettivo da raggiungere.

Il flop del telelavoro

Una strada in discesa, quindi? Non sembrerebbe proprio... Già in passato, infatti, sono stati indicati obiettivi relativi all'adozione di misure tese a garantire una maggior flessibilità di lavoro nella PA ma, al dunque, è risultato impossibile raggiungerli. Un esempio noto è il telelavoro: fin dal 1997 con la riforma Bassanini il legislatore ha provato a introdurre misure di flessibilità e responsabilizzazione coerenti con la disponibilità delle nuove tecnologie, Internet in testa. Gli obiettivi posti erano ambiziosi, i risultati conseguiti sono stati piuttosto deludenti. Tante le cause del fallimento, tra cui una scarsa propensione all'innovazione e all'assunzione di responsabilità tra i dirigenti della PA e una cultura manageriale piuttosto retrograda.

Contano solo i risultati?

Secondo Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, esistono perlomeno tre buoni motivi per prendere sul serio questo nuovo impulso normativo. Anzitutto, lo smart working nella PA è un buon affare per i conti pubblici. I soli risparmi legati alla riduzione dei costi di manutenzione degli spazi di lavoro sono stimabili tra 1 e 3 miliardi di euro. Ancora, estendendo questo approccio organizzativo ai lavoratori del pubblico impiego si evita di creare nei loro confronti una forma di discriminazione, riducendo quel clima di sospetto e pregiudizio che sta minando i rapporti tra politica, opinione pubblica e parti sociali. Nel settore privato, infatti, il lavoro agile si sta diffondendo rapidamente, conquistando sempre più consensi tra dipendenti e sindacati.

Alcuni numeri

Secondo i dati dell'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, i dispositivi mobili (PC portatili, tablet e smartphone) che permettono di lavorare anche al di fuori della propria postazione di lavoro sono presenti nel 91% delle grandi imprese e nel 49% delle PMI. Diffusa anche la flessibilità di orario, sancita nell'82% delle grandi realtà e nel 44% delle organizzazioni di piccole dimensioni. Ancora, la social collaboration (forum, blog, chat, web conference e sistemi di condivisione online dei documenti di lavoro), attivata dal 77% delle grandi aziende e dal 34% delle PMI.
Non da ultimo, secondo il professor Corso grazie allo smart working è possibile introdurre anche nella PA il principio della valutazione basata sui risultati e i livelli di servizio più che sull'adempimento di procedure burocratiche. Questa nuova cultura può contribuire, molto più dei tornelli, a scardinare quei comportamenti scorretti tristemente diffusi tra manager e dipendenti della PA. Addio, allora, una volta per tutte ai "furbetti del cartellino"?

1 febbraio 2016