Il cloud oggi è un modo standard di lavorare, uno strumento per l'innovazione e un mezzo di trasformazione del business. Secondo una recente ricerca IDC, entro il 2018 almeno la metà della spesa IT sarà in servizi cloud e la percentuale, entro il 2020, salirà al 60% per le infrastrutture IT e al 60- 70% per il software, i servizi e la tecnologia.

Tutti gli approcci al cloud portano con sé dei vantaggi: dalla semplicità dei servizi cloud pubblici alla maggiore sicurezza e controllo di un cloud privato, c'è un ambiente cloud adatto alle esigenze di ogni organizzazione. Sta, però, diventando sempre più popolare un approccio al cloud di tipo ibrido in cui il cloud pubblico, quello privato o una combinazione dei due vengono integrati perfettamente con la modalità tradizionale della gestione dell'infrastruttura tecnologica on premise e gestiti centralmente attraverso un'unica piattaforma.

Ed è proprio questa la scelta privilegiata dalle aziende a livello globale quando l'obiettivo è sostenere la crescita del business. Una recente ricerca di Gartner sostiene che quasi la metà delle aziende utilizza già qualche forma di cloud ibrido, specie per sostenere l'implementazione delle nuove tecnologie di tipo "cognitive", che richiedono un'elevata capacità di elaborazione in tempo reale. Secondo IDC, entro il 2018 il cloud diventerà l'ambiente preferito per gli analytics e questo condurrà a un aumento del consumo/fruizione di informazioni pubbliche dell'ordine del 150%, aprendo la strada a migliaia di nuove applicazioni settoriali. L'hybrid cloud è un ambiente di cloud computing che utilizza sia nuvole private che pubbliche accorpandone le risorse e rendendole disponibili nello stesso insieme condiviso. All'interno di questi ambienti, i carichi di lavoro si muovono in modo indistinto e fluido (trasparente per l'utente) tra cloud pubblico e privato (o tra i servizi di cloud provider diversi) senza che si rendano necessari particolari interventi da parte dell'organizzazione IT.

La società di ricerche Gartner ha rilasciato di recente uno studio nel quale prevede che per il 2020 il 90% delle organizzazioni adotterà servizi infrastrutturali sfruttando il cloud ibrido. La crescita del cloud e il declino del tradizionale Data Center Outsourcing (DCO) indicano infatti, secondo Gartner, una massiccia transizione verso servizi di infrastruttura ibrida. Più in dettaglio, stando alle stime della società, il tradizionale mercato DCO a livello mondiale va restringendosi, con una spesa che passerà dai 55,1 miliardi di dollari del 2016 ai 45,2 miliardi del 2020. I servizi cloud, d'altra parte, sono ipotizzati in forte espansione: dai 23,3 miliardi di dollari del 2016, arriveranno a cubare un giro d'affari di 68,4 miliardi di dollari nel 2020.

Il successo del cloud ibrido è legato al fatto che la natura stessa della tecnologia di virtualizzazione (che ne costituisce le fondamenta) consente di spostare in qualsiasi momento le risorse sulla nuvola dell'uno o l'altro fornitore o nuovamente in azienda in maniera assolutamente dinamica e senza grossi traumi. Questo significa che è possibile riportare le macchine virtuali e i carichi di lavoro associati, così come le risorse di rete o lo spazio storage proprio interno, ripristinando una configurazione precedente a quella dell'infrastruttura "cloudificata". L'hybrid cloud fornisce una soluzione intermedia tra due estremi, ovvero tra le massime economie di scala ottenibili con l'adozione del public cloud e il massimo controllo delle risorse raggiungibile applicando il paradigma del private cloud. E si tratta di una scelta che piace. Nel caso specifico del cloud ibrido, un dato emerge con evidenza dall'indagine "RightScale 2017 State of the Cloud Report" condotta dall'analista di mercato RightScale su un campione di un migliaio di grandi e grandissime aziende nel mondo: questo modello è la strategia enterprise preferita da circa 6 organizzazioni su 10 (il 58%), con un 85% delle imprese che adotta già una strategia di tipo multicloud, in salita rispetto all'82% del 2016. Secondo dati IDC, invece, l'83% dei C-level delle grandi imprese già oggi usa o prevede di usare infrastrutture di cloud ibride nei prossimi 12 mesi. La trasformazione dell'IT nel nuovo modello di erogazione dei servizi è, quindi, un percorso già avviato.

Quali sono i benefici?

Maggiore competitività, flessibilità e una riduzione delle risorse consumate sono i principali benefici che le aziende si attendono dalla trasformazione dell'IT nella modalità hybrid cloud. Ma ne esistono anche altri, spesso sottovalutati. Anzitutto, la capacità di rispondere più velocemente alle richieste di servizi tecnologicamente avanzati e facilmente fruibili a fronte di budget che restano limitati. Con l'hybrid cloud, la divisione IT si trasforma in un broker di servizi erogati nella stessa modalità a prescindere dal fatto che siano gestiti in azienda o all'esterno, on premise o in cloud. Spetta allo staff IT, o a chi ha potere decisionale, scegliere cosa è conveniente gestire in un modo o nell'altro. Il vantaggio sostanziale per gli utenti è disporre di un catalogo di servizi preconfigurati e testati, richiamabili e utilizzabili in modalità self service: risorse on demand rese disponibili automaticamente in tempi molto ridotti.

L'automazione che accompagna il cloud ibrido elimina i molti passaggi del tradizionale modello di erogazione dei servizi IT, delegando all'utente la selezione di ciò di cui ha bisogno - piattaforme e applicazioni - con i relativi livelli di servizio. Questo senza dover inoltrare richieste allo staff IT e aspettare giorni per il suo esame e le relative approvazioni. Con l'hybrid cloud, la disponibilità dei servizi avviene in poche ore o addirittura in minuti. Come risultato, secondo gli analisti di Principled Technologies, gli utenti aziendali il cui lavoro dipende molto dall'IT (IT sensitive), come i knowledge worker, potranno attendersi incrementi di produttività compresi tra il 2 e il 4%. L'attivazione dei servizi è rapida perché le risorse provengono da un insieme condiviso sul quale l'IT può facilmente stimare l'utilizzo e, quindi, programmare in tempo utile le espansioni, man mano che aumenta la domanda. L'efficienza che si realizza consente agli amministratori IT di ridurre (secondo lo studio di Principled Technologies fino al 56%) il tempo speso nella gestione e manutenzione dei sistemi informatici, dirottandolo verso progetti di maggior valore.

L'automazione introdotta riduce gli errori dei processi manuali, con i conseguenti costi afferenti l'indisponibilità dei sistemi informativi. Il cloud ibrido riduce le necessità di rete e spazio storage, con risparmi in conto capitale che Principled Technologies stima addirittura al 50% del totale. Attraverso il portale self service, gli utenti prendono e rilasciano le risorse senza l'impegno dell'IT. Tool automatici aiutano lo staff a identificare le capacità non utilizzate o sottoutilizzate liberandole per altri usi. Lo studio stima che l'identificazione e l'eliminazione delle macchine virtuali inutilizzate permette di ridurre di almeno il 10% i costi di gestione complessivi del data center. Con un'infrastruttura in pool virtualizzata e proporzionata alle reali esigenze si riducono, inoltre, il costo delle licenze software (in misura piuttosto contenuta, pari all'1-2%), ma anche lo spazio occupato nel data center (cablato, debitamente attrezzato e condizionato, quindi piuttosto costoso) e i consumi elettrici relativi. Sul fronte dello sviluppo, il cloud ibrido - e la rapidità nell'accesso self service alle risorse che lo caratterizzano - facilita la vita degli sviluppatori, permettendo rilasci più rapidi. Non è un caso che lo sviluppo sia l'utenza ideale per il cloud di tipo platform-as-a-service (PaaS) le cui risorse possono essere regolate man mano che l'applicazione entra in produzione. Con l'hybrid cloud i ricercatori di Principled Technologies stimano un risparmio medio di tempo nel rilascio dei progetti compreso tra i 15 e i 20 giorni.

 

Ma i dati sono al sicuro?

Sul fronte della security, l'hybrid cloud offre una grande varietà di opzioni e strumenti software utili per monitorare, identificare e risolvere prontamente i problemi di sicurezza. Obbliga l'IT a fissare diritti d'accesso e politiche di controllo che restituiscono ordine e visibilità ai sistemi. In generale, l'hybrid cloud migliora la "resistenza" dei sistemi IT aumentandone la disponibilità, facilitando il disaster recovery e la prevenzione nell'ambito della sicurezza. Con il cloud ibrido diventa più facile rispettare le conformità con gli obblighi di legge in materia di tutela dei dati e riduzione dell'esposizione ai rischi cyber, evitando di ricorrere in sanzioni più o meno pesanti. La precisa definizione di policy di accesso ai dati (con credenziali di accesso chiare e ben definite) che caratterizza l'erogazione di servizi tramite un catalogo self service comporta, per esempio, la tracciabilità di tutti i processi/accessi (requisito richiesto da molte normative di settore).

Data Sovereignty, perchè è meglio un provider nazionale?

Una considerazione a parte la merita poi, la cosiddetta "data sovereignty", ovvero la questione della titolarità sui dati immagazzinati nel cloud (e nel cloud ibrido e pubblico in particolare), che presenta sfide sia tecnologiche che legali piuttosto rilevanti quando si pone la questione di scegliere il provider di servizi più adatto alle esigenze dell'organizzazione. Non esiste, infatti, anche all'interno dell'Unione Europea, un'indicazione univoca di principi, validi per tutti i Paesi Membri, che disciplinino la materia del trattamento dei dati nel cloud. Le leggi sulla privacy e quelle sul data hosting variano da nazione a nazione e alcune sono più restrittive di altre. Tra le più restrittive, quelle di Germania, Francia e Russia, che impongono che i dati relativi ai rispettivi cittadini siano conservati in server obbligatoriamente collocati all'interno dei confini della nazione. Esistono, poi, alcuni specifici settori – come la PA – che impongono gli stessi vincoli in quasi tutte le nazioni europee. Sapere che i dati relativi ai propri clienti sono fisicamente conservati in Italia, perché si è scelto di privilegiare solo cloud provider "nostrani", può far risparmiare ai CIO molti grattacapi. Questa scelta permetterà anche di ridurre il tempo speso in ricerche sulla normativa in uso nel paese in cui sono localizzati fisicamente i data center dei fornitori internazionali che, va detto, spesso privilegiano i paesi a regime fiscale agevolato come l'Irlanda.

8 giugno 2018