La trasformazione digitale è un universo tridimensionale. È l'analista IDC, nel corso dell'evento milanese "Digital Transformation Conference 2016" a spiegare come il fenomeno sulla bocca di tutti i manager (non solo IT) possa essere descritto in 3D, definito da tre assi cartesiani: dati (in esplosione!), digitalizzazione (addio hardware, benvenuto cloud!) e disruption (nuovi modelli di business digital native e nuove opportunità anche per i settori più tradizionali).

Dati

L'esplosione dei dati generati quotidianamente da privati e aziende è sotto gli occhi di tutti, ma IDC li quantifica: il numero di record prodotti globalmente cresce a un tasso medio annuo composto (CAGR) del 40%. Si passerà, infatti, dai 4,4 Zettabyte* del 2013 a 44 ZB di dati che verranno creati nel mondo nel 2020. E non saranno solo gli individui a contribuire a questa "esplosione": la rivoluzione dell'Internet degli oggetti è solo all'inizio ma, stima l'analista, nel 2020 ci saranno oltre 30 miliardi di oggetti interconnessi, che andranno a costituire reti IoT di endpoint in grado di comunicare tra loro senza alcun intervento umano, utilizzando la connettività Internet per scambiarsi dati. "La portata di questa rivoluzione nel corso del prossimo decennio - esordisce Sergio Patano, Research & Consulting Manager di IDC - sarà ancora più ampia visto che l'80% di dati prodotti dalle reti IoT è ancora di tipo destrutturato. Le aziende hanno capito l'importanza di correlare, integrare e analizzare in modo congiunto questi record, per ottenere informazioni utili a indirizzare le decisioni future. Il ruolo dei big data, in un contesto di questo tipo, è quindi primario. Così come lo è quello del cloud, per garantire quella granularità degli investimenti a sostegno della digitalizzazione che è fondamentale al giorno d'oggi. Nessuno si può più permettere di sostenere economicamente faraonici progetti IT come in passato".

Digitalizzazione
L'informazione è l'elemento centrale della trasformazione digitale. "Il più grande distributore di contenuti è Facebook, e non ha nessun contenuto di proprietà. Lo stesso dicasi per Airbnb, che è il maggior operatore dell'hospitality senza avere alcun immobile, neppure una camera di proprietà. E si tratta di disruptor, nuovi operatori che sfruttano l'innovazione digitale sovrapponendosi ai player tradizionali e sconvolgendo gli equilibri del mercato", commenta Patano. Le aziende investono già oggi in quest'area, quella della digitalizzazione, ma lo faranno ancora di più in futuro, tanto che a tendere (nel 2020) 1/3 del budget IT sarà convogliato in via esclusiva su quella che IDC ha ribattezzato "information transformation".

Venendo ai riflessi più prettamente aziendali della rivoluzione in atto, IDC suggerisce di implementare la digitalizzazione lungo 5 direttrici chiave: la leadership (capacità di sviluppare e implementare una strategia per la trasformazione digitale dell'azienda), l'omni-experience (capacità di attrarre e far crescere la fiducia di clienti, partner e dipendenti creando esperienze interattive), la gestione intelligente delle informazioni (capacità di sfruttare le informazioni per ottenere un vantaggio competitivo), i modelli operativi (capacità di rendere le operation più reattive ed efficaci, facendo leva su prodotti e servizi, asset, persone e partner connessi digitalmente) e la forza lavoro (la trasformazione del modo in cui le aziende accedono ai talenti, li connettono tra loro e con l'ecosistema di riferimento per generare valore).

Come affrontare la disruption

Ma come è possibile approcciare in modo efficace la nascita di nuovi modelli di business, di nuovi concorrenti, di nuove modalità di condurre un business tradizionale? "Affrontare le sfide della digital disruption si può, anzi si deve - suggerisce l'analista -. Bisogna farlo in modo scientifico, agendo su quattro aspetti chiave". Anzitutto, creando nuovi ruoli, in un'ottica di leadership transformation. In Italia, i leader deputati sono i CIO, ma nascono anche figure nuove come l'Head of Innovation, l'Head of Strategy e l'Head of Digital. Le LOB oggi detengono una fetta sostanziale del budget dedicato alla digital innovation e la trasformazione digitale non più solo legata agli aspetti IT. In seconda battuta, attraverso lo sviluppo di una piattaforma: digitale (B2C, Business-to-Consumer) oppure enterprise, nelle due declinazioni B2B (Business-to-Business) e B2E (Business-to-Employee). In questo senso, fondamentale è il ruolo del cloud per far dialogare a livello applicativo, di piattaforma e di infrastruttura gli ambienti tradizionali con i nuovi ambienti digitali. Ma bisognerà attivarsi anche per creare un vero e proprio "ecosistema digitale", il che significa estendere il digitale anche oltre i confini aziendali, ai clienti e ai partner. Tutto questo lavoro, però, ha ben poco senso se non si creano all'interno dell'organizzazione dei veri e propri innovation lab, in grado di favorire il nurturing delle idee, la loro condivisione e arricchimento, ma anche la valutazione della loro fattibilità e sostenibilità nel tempo.

Disruption

"Solo se si riesce ad applicare la teoria del pensiero laterale, a guardare con occhi nuovi al business si può innovare senza essere travolti dalla digitalizzazione - mette in guardia Patano -. L'alternativa all'innovazione è il fallimento. Un esempio su tutti è quello di Kodak, che è stata la prima azienda a depositare il brevetto di una macchina fotografica digitale. I suoi manager, però, hanno pensato che la messa in commercio di una fotocamera di questo tipo avrebbe avuto ripercussioni negative sulla vendita di carta fotografica e di rullini così hanno accantonato il progetto e da lì in poi è iniziato il declino, tanto che nel gennaio 2015 la società ha definitivamente chiuso i battenti".

Ma allora come si fa a governare la digital transformation? IDC ha la sua ricetta: "È tempo - conclude Patano - che le aziende compiano un salto quantico, passando da un mondo tridimensionale come quello descritto a un framework 3D, in cui i tre assi cartesiani, rappresentati da altrettante "I", siano realmente integrati, circolari e liquidi".

Il segreto, quindi, è innovare – non solo prodotti e servizi ma anche modelli organizzativi e obiettivi dell'azienda -, integrare - le capacità digitali con la piattaforma IT aziendale - e incorporare - non solo le tecnologie ma anche gli skill nuovi e nuovi modelli di governance, che permettano di gestire l'innovazione senza perdere il controllo.

Un nuovo corso, quindi, che impone di rivedere i modelli di sourcing IT di tipo tradizionale per abbracciare nuove modalità più agili – cloud in testa –, in grado di garantire una granularità degli investimenti e consentano di mettere a fattor comune le competenze interne e quelle tecniche, progettuali e verticali dei partner tecnologici.

*triliardi, ovvero miliardi di byte, un numero corrispondente a una potenza di 1021
 

28 ottobre 2016