L'Internet of Things nelle imprese necessita di attivare architetture corrette e adeguate sia a livello di infrastruttura sia in termini di implementazione, gestione e supporto. In questo senso, le questioni relative al corretto dimensionamento dello storage e della rete sono determinanti per garantirne la buona riuscita di iniziative di questo tipo. I progettisti e gli architetti IT, prima di intraprendere un'iniziativa IoT devono valutare attentamente le implicazioni di questo tipo di progetti, apportando le modifiche necessarie per implementarli con successo. La roadmap per attivare un'architettura adeguata, secondo gli esperti dell'editore e analista TechTarget, deve rispondere a 3 domande:

  • La mia rete è adatta all'Internet of Things?
  • Quanto storage serve e che ruolo svolge il cloud?
  • Per quanto tempo è necessario conservare i dati provenienti dai sensori?
     

Una rete adeguata

Ogni dispositivo IoT produce dati che attraversano la rete e devono poi essere memorizzati ed elaborati. Ciascun sensore moltiplica questo traffico di informazioni. Per questi motivi, uno dei primi ostacoli per l'implementazione di un progetto di questa portata è rappresentato dalle limitazioni di banda della rete, che possono causare colli di bottiglia e un peggioramento delle prestazioni del network in generale. Questo può essere un problema complesso: l'idoneità o meno della rete dipende dal luogo in cui i dispositivi IoT sono collocati fisicamente, dalla larghezza della banda e dall'architettura della rete stessa. Per capire il modo in cui i dispositivi IoT impattano sulle performance del network, gli esperti consigliano di effettuare test, monitorare il traffico e misurare le prestazioni con continuità. Per le reti IoT locali è consigliabile aggiornare i segmenti più lenti e aumentare il numero di endpoint e collegamenti o riformulare l'architettura per ottimizzare il traffico IoT.

Il ruolo di cloud e storage

Gli esperti consigliano di valutare attentamente il luogo in cui verranno immagazzinati i record. Tradizionalmente, i dati passano attraverso la rete per essere poi memorizzati nel data center proprietario. In alternativa, l'azienda potrebbe spostare i dati su un CED terzo che si trova più vicino ai dispositivi IoT, riducendo la latenza pur mantenendo un'infrastruttura centralizzata, optando per un luogo di archiviazione più dinamico e flessibile, nel cloud. Sempre più aziende decidono di memorizzare i dati grezzi provenienti dai sensori IoT direttamente ai margini della rete (edge), ovvero laddove si generano e sono raccolti, ponendo le risorse di calcolo e storage il più vicino possibile al punto in cui vengono installati i dispositivi dell'Internet delle cose, passando poi al data center principale solo i dati lavorati (oggetto di una prima "scrematura") o trasformati.
Risulta impossibile definire con precisione la quantità di storage necessario per supportare i nuovi ambienti IoT, poiché questo elemento dipende dall'ammontare dei dati che si raccolgono e dalla frequenza con cui li si usa.

Conservare, sì per quanto?

In generale, la conservazione dei dati per un'implementazione IoT dipende dalla loro tipologia e quantità, oltre che da come verranno utilizzati. Se un'azienda connette i dati IoT dai sensori presenti in un aeromobile commerciale oppure in un impianto industriale, quei dati probabilmente saranno soggetti a un lungo periodo di conservazione, per permettere le relative attività di analisi e proiezione. Se, invece, si stanno utilizzando sensori IoT per misurare il traffico degli acquirenti di un negozio durante le festività, i dati raccolti saranno utili sono per prendere decisioni a breve termine e potranno quindi essere eliminati più velocemente.

 

7 giugno 2017