Secondo stime del 2022 nel mondo esistono più di 12.000 criptovalute differenti: rappresentazioni virtuali di valore basate sulla blockchain o su tecnologie alternative. Tra tutte spiccano sicuramente crypto storiche come Bitcoin, Ripple ed Ethereum. Ma anche new entries del settore: a partire da Dogecoin e i suoi meme token fino ad arrivare ai più recenti NFT. 

La natura digitale della criptovaluta non deve però lasciar pensare che si tratti di un asset a impatto zero. Al contrario, i processi di creazione delle crypto richiedono un grandissimo quantitativo di energia. Per questo la comunità è costantemente alla ricerca di alternative valide al mining: il processo di estrazione che ha generato alcune delle criptovalute più famose in circolazione. 

Un modo per avere un’idea concreta dell’impatto ambientale effettivo di una crypto consiste nell’analizzare la cO2 prodotta per singola transazione o per singolo processo. In questo modo è possibile entrare nel merito della quantità di energia elettrica utilizzata dalle diverse valute digitali. 

Le criptovalute più inquinanti 

La criptovaluta più inquinante in assoluto è il Bitcoin. L’analisi dell’impatto cui si accennava nei capoversi precedenti certifica come ogni transazione di BTC utilizza 1.183,58 kWh. Una quantità di energia che corrisponde a circa 805 Kg di emissioni di cO2.

Il dato del Bitcoin è in assoluto grave, ma diventa ancora più preoccupante se paragonato ai rilevamenti di impatto ambientale precedenti. Soltanto un anno fa la crypto produceva poco più di 480 Kg di cO2. Dunque l’aumento percentuale certificato di inquinamento è di oltre il 67%

Al secondo posto di questa particolare classifica Polygon. La criptovaluta ha scalato posizioni soprattutto per via della scelta di Ethereum di passare a una nuova blockchain. Gli ultimi rilevamenti attestano che ogni transazione di MATIC (Il token proprietario Polygon) consuma 90.18 kWh. Una quantità di energia che corrisponde a circa 61 chili di emissioni di cO2

La terza crypto con il livello più alto di inquinamento è Bitcoin Cash, con 18,96 Kwh conteggiati per singola transazione. Una quantità di energia che corrisponde a circa 13 chili di emissioni di cO2. Bitcoin Cash è però riuscita a mantenere praticamente inalterato il suo livello di consumo energetico rispetto alle rivelazioni della passata stagione.

Emissioni in crescita e in diminuzione

Il raffronto tra i rilevamenti di annate diverse aiuta a entrare ulteriormente nel merito dell’analisi di impatto ambientale. Più precisamente aiuta a capire quali criptovalute stiano aumentando le loro emissioni e quali invece le stiano diminuendo

In tal senso la crypto con i dati peggiori in assoluto è Cardano, le cuiemissioni sono cresciute di quasi il 113%. L’anno scorso le transazioni di token ADA hanno richiesto 7.051.032 kWh di energia, per un totale di 5.288 tonnellate di cO2. Nel 2022 le rilevazioni attestano un consumo di 14.998.763 kWh di energia, per un totale di 11.249 tonnellate di cO2

La sopracitata Ethereum è invece la criptovaluta che più di tutte ha ridotto le sue emissioni annuali di cO2, con una decrescita certificata di circa il 100%. Le ragioni dietro questo successo sono legate soprattutto al passaggio da una blockchain di tipo proof-of-work a una di tipo proof-of-stake

A cura di Cultur-e Costruisci il tuo futuro con la connessione Fastweb