Esperto di fisica sociale (la scienza che aiuta a comprendere la “fisica” dei movimenti e delle relazioni sociali), big data e privacy. Professore presso il Massachusetts Institute of Technology e imprenditore seriale, Alex Pentland è considerato da molti il padre (o padrino) dei dispositivi indossabili. Oggi dirige lo Human Dinamics Lab del MIT, che sfrutta i big data per meglio comprendere la società umana e le interazioni tra uomini; l'Institute for Data Driven Design, che realizza strumenti per la protezione della privacy e l'enterpreneurship Program del MIT Media Lab, dove nascono e crescono startup “visionarie”.

Amico castoro

Nato ad Ann Arbor (Michigan) nel 1952, Pentland deve la sua passione per le interazioni sociali ai castori. Nel 1973, appena ventunenne e iscritto presso la facoltà di psicologia e sociologia della University of Michigan, ha modo di appassionarsi all'interazione sociale tra animali. Durante uno stage di qualche mese alla NASA gli viene chiesto di stimare quale sia la popolazione dei castori del Canada utilizzando la rete di satelliti artificiali orbitanti intorno alla Terra. Ovvio dire che non si tratta del compito più semplice che si possa affidare ad uno stagista: i satelliti di inizio anni '70 non hanno la stessa precisione e definizione dei satelliti odierni e, soprattutto, il Canada ha un territorio smisurato. È grazie al comportamento sociale di questi animali che Alex Pentland riesce a definirne, più o meno, la popolazione: i castori creano pozzanghere e stagni ovunque si trovino. Contando gli stagni si può avere una stima più o meno precisa del loro numero.

 

Alex Pentland

 

Dal particolare al generale

Da questa intuizione animalesca ne deriva un'altra, ancora più geniale: perché non applicare lo stesso metodo allo studio delle interazioni sociali degli uomini e alla società umana? Analizzando i comportamenti delle persone e le loro interazioni, senza bisogno di avere alcun contatto fisico o di parlare con loro, pensa Pentland, si può arrivare a capire cosa pensino, quali siano le loro motivazioni e le loro intenzioni. Da questo momento in avanti – fatta eccezione per una brevissima parentesi trascorsa a guidare camion – lo studioso statunitense dedica la sua vita all'analisi della società umana e delle relazioni tra le persone. Il tutto con l'aiuto di piccolissimi congegni elettronici ideati per l'occasione. Divenendo di fatto il progenitore di tutti i wearable device, dai Google Glass agli smartwatch, dai braccialetti fitness a tutto ciò che di tecnologico indosseremo in futuro.

Il passaggio al MIT

Terminato lo stage, Pentland decide che il mondo accademico non fa per lui: molto meglio fare il camionista. Impressione più errata non può esserci: nel giro di poche settimane torna sui suoi passi e si rituffa sui libri. La sua permanenza alla University of Michigan non sarà lunghissima: la fidanzata del tempo si trasferisce a Boston e Alex Pentland invia domanda di iscrizione a due delle università della zona: Stanford e il MIT. Non avendo troppo tempo da dedicarci, decide di fotocopiare la vecchia domanda di ammissione inviata alla University of Michigan e naturalmente il MIT lo accetta.

 

Alex Pentland

 

Nel 1976 fa così il suo ingresso al Massachusetts Institute of Technology. Pentland è un po' un pesce fuor d'acqua nel MIT della seconda metà degli anni '70. Circondato da fisici e informatici, deve faticare non poco per trovare una propria dimensione. Finisce nel laboratorio di Intelligenza Artificiale, dipartimento allora legato a Psicologia. Circondato dai primi prototipi di stampanti laser, robot e altri dispositivi futuristici, inizia a chiedersi perché non poter creare qualcosa di simile anche per il suo campo di studi.

La nascita del wearable

Oggi i dispositivi indossabili sono oggetti di “uso comune” acquistabili anche nel negozio di elettronica sotto casa. Trenta, quasi quaranta anni fa non era esattamente così. Anche per il MIT. Alex Pentland ha non poche difficoltà a reperire fondi universitari per portare avanti studi e sperimentazioni. Deve quindi rivolgersi a finanziatori privati, trovando sponda nella FedEx e in Eriksson. Nel 1986 può aprire un proprio laboratorio di ricerca all'interno del MIT: il Looking at people (osservando le persone), in onore dell'attività principale della sua ricerca. Qui prende vita il Wearable Computing Project: un progetto a lungo termine – i primi risultati concreti arriveranno nella seconda metà degli anni '90, oltre un decennio dopo – che porterà Pentland e i suoi “ragazzi” a creare prototipi di gran parte dei dispositivi indossabili oggi in commercio.

 

Un esemplare di wearable closet

 

Nel 1998 vede la luce il primo prototipo completo del Wearable Closet (armadio indossabile), un gilet/computer composto da un paio di occhiali a fungere da schermo di computer (antecessori dei Google Glass), dei sensori per monitorare battito cardiaco e altri parametri vitali di chi li indossa (le parole braccialetti fitness o smartwatch vi dicono nulla?), un computer da cinta con connessione wireless al web e una spilla dotata di fotocamera e microfono per poter parlare a telefono e inviare immagini senza bisogno di una connessione cablata.

Sociometria

L'ultimo settore di studi nel quale Pentland si è tuffato a capofitto è quello della sociometria. Alla base di tutto si trova il sociometro, un dispositivo indossabile della grandezza di una scheda magnetica, contenente un accelerometro, un microfono, un sensore Bluetooth per scovare altri sociometri nelle vicinanze e un sensore a infrarossi per capire se si sta interagendo con qualche altro possessore di sociometro. Funzionalità che, secondo il papà dei dispositivi indossabili, potranno trovare applicazione in campi diversissimi tra loro: dalla medicina al business, dai think-tank all'ambiente imprenditoriale. Uno studio ha rivelato che, grazie al sociometro, è possibile dire chi sta bluffando in una partita di poker con una precisione del 70% e capire chi vincerà un negoziato con una precisione dell'87%. Il futuro, insomma, è già tra noi.

A cura di Cultur-e Costruisci il tuo futuro con la connessione Fastweb