Incastonato tra le immani catene del Karakorum e dell'Himalaya, lo stato indiano del Ladakh non è una meta facile. E' un viaggio scomodo, per quanto affascinante, nei misteri della natura e del misticismo tibetano. Un orizzonte perduto da esplorare con cautela.
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Difficile descrivere il Ladakh, forse una delle mete meno turistiche dell’India. Un luogo, per la verità “poco indiano”, se quello che si ha in mente è l’India dai volti scuri delle donne avvolte dai colorati sari di seta, o degli uomini piegati a gambe incrociate a pregare nelle moschee intrise di incensi.
I volti che si incontrano in Ladakh sono facce imperscrutabili per lo più di nomadi pastori abituati alla solitudine di grande altezze (la capitale Leh si trova a oltre 3000 metri) e di sentieri tortuosi che si avventurano tra le scomode tratte dell’altopiano tibetano.
Poche città e molte isole di roccia dove si stagliano santuari e stube a ripetizione, fanno di questa piccola regione dell’India settentrionale, un angolo di natura venerabile e di poche anime che guardano con sospetto il passaggio del turista, prima di concedere un sorriso smarrito di fronte a una loro immagine riflessa in una fotografia digitale.
Un misto di espressioni nei tratti un po’ mongoli un po’ tibetani, disegna il ritratto di questo spazio geografico così anomalo come il Ladakh, terra di confine tra le vette dell’Himalaya occidentale e il vasto altopiano del Tibet. Entrare nella scenografia interiore che un paesaggio come questo allestisce di fronte agli occhi del viaggiatore, è possibile forse leggendo qualche libro a tema, ancora meglio che concentrarsi su guide turistiche che possono solo descrivere furtivamente una bellezza che ha molto poco di oggettivo.
Nel suo “Orizzonte perduto”, James Hilton accenna al Tibet come “ultimo Shangri-la” e nei vari diari di Giuseppe Tucci, usciti come libri in svariate pubblicazioni, proliferano descrizioni poetiche da parte di quello che fu uno dei più grandi esploratori, ma più che altro amanti fedeli, del Tibet.
Copyright Nexta Media Cecilia Martino, testo e foto